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ARTHAS IL GRANDE, LA TRIADE AL FEMMINILE GOVERNO FRA POTERE E DOVERE SOCIETA’, CULTURA, ARTE, SCIENZA E… COSCIENZA


Al centro dell’agorà era predisposto un podio d’onore, davanti al quale erano ad attenderlo la principessa Baostis, l’ardimentosa compagna d’armi Zhàira e la regina Esside di Neriton. – così nel suo libro ARTHAS IL GRANDE – eroe di Messapia (al capitolo X – Incoronazione di Re Arthas e la nascita della sacra fratellanza sallentina) si esprime Fernando Sammarco, autore epocale nella divulgazione dotta della Messapia con il libro citato.

La triade nell’Opera in questione è costituita da  Baostis, Zhàira ed Esside, ma la triade in sé è presente, non certo soltanto come numero perfetto, nel lungo cammino della storia umana. Non mi propongo di citare tutti gli esempi di cui essa è piena, ma di porre in risalto “l’importanza della triade”. La quale, certamente, non è casuale, ma legata a sicuro valore intrinseco, che ne fa un simbolo importante.

Nella fattispecie la triade femminile esalta Arthas. Anzi ne fa il trono.

L’altro simbolo è costituito dalla corona aurea.

La nascita della corona, quale simbolo aulico, di importanza sociale e di dominio, non è stata studiata a fondo. KÒruV (pr.: kòrius) in greco significa elmo, in senso figurato: capo, testa. La corona è quindi: ciò che cinge il capo. Essa si identifica con il simbolo del comando e dell’imperio. L’uomo ha derivato talvolta – andando contro i postulati scientifici – dall’organo la funzione, korwone (pr.: korone), curvatura, anello, corpo ricurvo, etc.

Il binomio è quindi dato dalla triade femminile + il simbolo dell’imperio, di chi si erge al di sopra della massa. E qui si pone il problema della democrazia. Chi assume la posizione coronata sa essere interprete del popolo? E, inoltre, sa elevare i sentimenti del popolo nella maniera migliore? Coronare non significa infatti soltanto cingere la corona, ma anche: pervenire a…, raggiungere, conquistare, pervenire alla gloria, al successo, dare significato positivo ad uno sforzo.

La spiegazione è nelle parole di ZÒLOAS (Op. citata): Depongo sulla vostra testa, nobile Arthas, la corona dei re di Alytia affinché sappiate reggerla con saggezza e temperanza e affido nelle vostre mani lo scettro del comando, con il quale amministrerete il potere con fortezza e giustizia. La fortezza – come precisa l’Autore – non è soltanto la forza fisica, ma la virtù pitagorica che conduce verso la la Luce. E poiché la Terra, la Luce, l’acqua e l’aria sono gli elementi primari della vita, senza i quali nulla sarebbe possibile, le grandi virtù umane traggono origine da questi imprescindibili elementi.

La corona indica, quindi, la testa, ovvero la sede degli impulsi che fanno Grandi gli uomini. Lo scettro indica il braccio, la mano – punti di arrivo degli impulsi nervosi.

Senza questi assiomi “niente” sarebbe possibile. Non sarebbero possibili il governare, lo sviluppo sociale, la cultura, la scienza…

… ed alla scienza dobbiamo il miglioramento della nostra vita sul pianeta.

Siamo interessati al progresso della scienza perché sappiamo che ne risulterà il progresso dell’uomo. Dobbiamo vedere il mondo intero come una comunità di persone il cui futuro sta nella convinzione che la conoscenza, universalmente ottenuta, ampiamente condivisa e lungamente applicata, è la chiave per la sopravvivenza della razza umana e della terra che la nutre. (Glenn T. Seaborg – Premio Nobel ed ex Presidente della Atomic Energy Commission – 1974).

Ne deriva che il progresso umano è dovuto all’acquisizione e sistematizzazione delle conoscenze.

Nel campo della scienza sociale oggi abbiamo bisogno di trovare nelle idee sparse quel tutto unitario che consenta di tornare a credere nell’attualità e nel futuro dell’uomo. È anche il messaggio inviato al mondo da Papa Francesco subito dopo la sua elezione. A proposito potremmo condividere Goethe:

Cogliete la buona disposizione, essa giunge così raramente.

Arthas il Grande – un Re dell’antica Messapia – merita le parole di Dàzimos (Arthas il Grande – F. Sammarco): Siamo fieri di voi, Maestà, e convinti che saprete condurci verso un mondo, che, certamente, sarà degno di essere vissuto.

Il punto è qui: degno di essere vissuto. Quindi il mondo deve essere degno di essere vissuto (!).

Chi governa deve essere degno di governare, degno della fiducia che il popolo gli accorda.

Essere degni della fiducia significa essere vicini al soprannaturale: i Grandi sono al di là della vita umana e vivono eternamente, sono classici, nel senso crociano della parola: classico è ciò che di bello dura eternamente.

La fiducia fra chi governa e chi è governato è un contratto sociale inalienabile. Allorquando venga meno in uno o in entrambi i contraenti sono possibili i sommovimenti popolari, che rappresentano pur sempre un dramma, al punto che la storia li ha sottolineati con l’arte (pittura, scultura, danza e musica). Il Maresciallo Radetzky perfino al nemico Giuseppe Verdi chiedeva qualche marcia per il suo esercito, al punto da indurre la reazione del celebrato musicista: Non ho che marce di ritirate.

La musica e la danza nascono dal movimento circolare. Infatti possiamo notare che ogni danza, ogni ballo cercano la forma del nostro pianeta. Rappresentano un eterno ritorno al punto di partenza, all’origine. Il movimento ritmico, che essi descrivono, trae dalla discinesia, dal movimento senza ritmo, casuale, ma pur sempre circolare. Ciò ha fatto sentenziare a Nietzsche che il mondo sia stata opera di un danzatore. Zarathustra avanza simile a un danzatore – afferma nel Così Parlò Zarathustra.

La musica e la danza sottolineano ARTHAS IL GRANDE…

L’Autore ha sempre cercato nelle sue Opere le tracce artistiche. Così sono nate le illustrazioni degli artisti che si sono succeduti, con relativi pensieri e interpretazioni.

L’amore per Deiva, a sua volta, ha il sapore dell’Arte, è quel raggio di Luce, la cui eventuale assenza trova nelle parole di Lamartine (Graziella) una grande sublimazione. Le riportiamo queste parole, forse un po’ dimenticate…

In questo caso non sarebbe stata più la mia compagna e sorella, com’era ora, ma qualcosa di estraneo e indifferente; non sarebbe più stata qui, non l’avrei vista a ogni minuto; la sua voce non mi avrebbe più chiamato; non avrei più scorto nei suoi occhi il dolce e tenero raggio di luce che mi rischiarava e accarezzava il cuore e che mi ricordava mia madre e le mie sorelle. Già immaginavo intorno a me il vuoto e la notte profonda, l’indomani del giorno in cui il marito l’avrebbe portata nella casa nuova; non avrebbe dormito più in quella camera; non sarebbe entrata più nella mia; non si sarebbe più seduta alla nostra tavola; non avrebbe più fatto risonare la terrazza col fruscio dei suoi piedi nudi o della sua voce sonora; non l’avrei condotta più in chiesa la domenica. Sulla barca, il suo posto sarebbe rimasto vuoto e io non avrei parlato più se non con i venti e con le onde. Le dolci abitudini della vita passata si ammassavano tutte insieme nella mia mente, e sparivano, lasciandomi in un abisso di solitudine e di vuoto.

Ben lontane queste parole dalla puerilità odierna che misura l’amore a mezzo di un contratto sociale chiamato matrimonio, che è soltanto un’istituzione umana, spesso lontana da sentimenti e passioni.

I sentimenti buoni suonano: Mi sono innamorato.

Oggi spesso si traducono: Per ora mi conviene… ci conviene. Ergo: amore uguale convenienza.

Niente in comune con i sentimenti di Arthas e Deiva e quelli che Lamartine ritrae in Graziella.

L’universalità di un messaggio è quindi nell’universalità e profondità dei sentimenti, che, se davvero tali, sono inalienabili.

 

Eliano Bellanova

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