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Il Paradosso di Natale di Pompeo Maritati

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Attraverso la città in festa, negozi inghirlandati, luci variopinte sembrano inseguirsi, quasi giocassero a nascondino,  auto nervosamente in coda e tanta gente frettolosa s’addossa davanti alle variopinte vetrine,  dove a fare sfoggio di materialistico protagonismo sono i cartellini dei prezzi.

Percorro alcune strade del centro, non interessato all’acquisto di nessun dono natalizio ma con l’intento di osservare il volto di tutti coloro che ancora credono che basti una sola notte, quella di Natale,  per sentirsi in pace con il mondo che li circonda. Qualcuno, probabilmente un vecchio romanticone incallito come me, è alla ricerca delle letterine di Natale, che purtroppo non troverà, da preparare in complicità con il proprio nipotino,  facendo così di necessità virtù, tirando fuori la propria verve artistica, sopita e dimenticata,  disegnando su un foglio di quaderno il classico albero e l’immancabile grotta,  dove incastonare la promessa meno mantenuta al mondo,  da almeno duemila anni,  che è quella di essere più buoni.

Tanti gli extracomunitari che cercano in tutti i modi di venderti qualcosa pur di riuscire a mettere insieme il pranzo con la cena, cosa ardua, oltre che per l’aridità degli uomini che s’apprestano a festeggiare il santo Natale, che per il  fatto che giorno dopo giorno diventano sempre più numerosi. Li trovi in tutte le strade, fuori tutti i supermercati, che ti chiedono di comprare qualcosa della loro povera merce, per mangiare ci dicono.

 Il Natale oramai sta già bussando alle nostre porte e tanti dei nostri bambini s’apprestano a escogitare i soliti piccoli trucchi per riuscire a vederlo nella fatidica notte del 24 calarsi dal camino e per i meno fortunati,  che il camino non ce l’hanno,  lo attenderanno svegli,  al buio delle loro camerette, spiando da dietro le finestre. 

Cosa ti porterà Babbo Natale? Chiedevo oggi ad un ragazzino di sei anni (dico ragazzino e non bimbo in quanto ho la vaga impressione che il periodo dell’infanzia si sia ristretto di molto in questi ultimi decenni rispetto ai miei tempi).  Mi rispose seraficamente che a lui babbo Natale non gli porterà nulla in quanto non esiste e che i doni li ha già “ordinati” ai propri genitori.

M’immagino questo ragazzino o se vogliamo definirlo meglio, infante maturo, all’età di soli 6 anni vivere  la sua notte di Natale senza quell’illusione fantastica, l’ansia e la gioia che può scaturire dal credere ingenuamente,  con la purezza incontaminata del proprio cuore,  a una dolce favola.  Non sono un educatore, ne uno psicologo, ma sono pienamente convinto che a questi ragazzini gli è stata sottratta qualcosa di importante, la fantasia, la possibilità che un giorno la propria vita possa trasformarsi in una favola, quella da trasferire e far rivivere alla propria prole.         

Proseguendo la mia passeggiata tra tanti volti, per me senza nome, osservo che una buona parte di loro è lì a passeggiare come me, non ha in mano alcun pacco dono e il suo incedere non manifesta quella nevrotica fretta di chi a tutti i costi questa sera deve terminare gli acquisti natalizi. Mi chiedo se costoro stanno osservando me che osservo loro,  oppure per loro il Natale altro non è che un giorno qualunque, dove a prevalere sarà l’ipocrita promessa di esser più buoni, comprensivi, solidali, per poi mettere sul proprio giornal-mastro natalizio il valore dei doni fatti e di quelli ricevuti.

In tutta questa girandola di sensazioni, emozioni, delusioni, quella che generalmente è la più disattesa è la solidarietà.  Qualcuno platealmente, quasi sommerso da una decina di pacchi dono, incrociando un mendicante prova a mettere la propria coscienza in lavatrice donando qualche euro o peggio ancora una frazione di euro.  E cosa  dire di coloro che invece si sentono oppressi, perseguitati dalla miriade di mendicanti e che per il fatto di non poter accontentare tutti, non ne accontenta nemmeno uno. 

In prossimità di un passaggio pedonale, in attesa che scatti il verde del semaforo,  sento dire che quello è un drogato, che l’altro è un alcolista e che è meglio non dargli nulla. Non immaginavo che ci fosse tanta gente con l’occhio intelligente che basta solo uno sguardo veloce per diagnosticare alcolismo e soggezione ai narcotici.  Mi verrebbe quasi di fermarli, chiedere loro nome e cognome per poi segnalarli a tutti quegli uffici competenti che qualche volta non sanno distinguere un drogato da un alcolista. 

Guardando anch’io di tanto in tanto le vetrine, soprattutto i prezzi, sono preso da una certa irritazione in quanto ho letto,  e la TV lo ripete giorno dopo giorno,  che stiamo vivendo un periodo di deflazione, ovvero di riduzione dei prezzi. Due sono le cose, o i soloni della finanza non sanno farsi bene i conti, oppure i commercianti stanno cercando di prendere in giro i soloni anzidetti, alzando i prezzi.  Sta di fatto che questa deflazione io non la sto percependo, anzi se ci penso ancora rischio anche di arrabbiarmi.

Il Natale è la festa delle famiglie, la festa di chi vuole almeno per un giorno buttarsi dietro le spalle i problemi della vita quotidiana, come se allo scoccare delle ore 24 del 24 dicembre,  il mondo si fermasse e tutti gli esseri viventi, come per magia diventassero tutti più buoni.

Purtroppo ciò non è così, non per colpa del Natale ma per colpa di noi stessi, facendo si, che quella che dovrebbe essere la festa più rappresentativa dell’amore solidale, del vero momento di seria riflessione verso il prossimo che ci circonda,  venga trasformata nella festa dell’apoteosi dell’egoismo dell’uomo.

   Forse in virtù di quanto descritto sarei portato di intitolare questo pezzo non più la festa del Natale, ma il Paradosso di Natale.

 

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