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Storia della Colonna di Sant’Oronzo di Lecce


Attribuita a Sant’Oronzo la liberazione della nostra Provincia dalla peste del 1656 e decretatasi dall’Università di Lecce , per gratitudine, l’erezione di un monumento che tramandasse ai posteri la memoria del prodigio, il Sindaco di Brindisi Carlo Stea, in un momento di esaltazione religiosa, ha scritto ai leccesi: “Per la statua del Santo che ci ha liberato dalla peste,  Brindisi concorre con un prezioso piedistallo, cioè con i rocchi marmorei della colonna romana crollata il 1528.”  L’idea, per quanto lodevole dal lato religioso, trovò una forte opposizione nella cittadinanza, la quale, pur sentendosi come le altre cittadine salentine, riconoscenti al Santo patrono Oronzo, non sapeva però adagiarsi all’idea di esser privata di quei pezzi di cipollino, muti testimoni dell’antica sua grandezza. Quei blocchi marmorei, dicevano i brindisini, dovranno essere rimessi sull’antica loro base, affinchè le due colonne che Ferdinando d’Aragona volle anche aggiungere allo stemma della città, siano lì perennemente a segnare il termine della famosa Via Appia.   La Provincia di Lecce, dicevano, eriga il monumento a Sant’ Oronzo, Brindisi con le altre sorelle concorrerà generosamente a tale opera ma ci si lasci la nostra colonna diciassette volte secolare.  Il sentimento religioso non deve distruggere l’altro pur nobile sentimento della conservazione dei patri monumenti. Si sono esaurite le cave di Carrara? Del marmo ce n’è ancora in Italia. La colonna di Sant’Oronzo vogliamo sia nuova di pianta e non un rattoppamento di vecchio e nuovo.

La Terra d’Otranto, in quell’epoca di fede viva, avrebbe potuto erigere al suo Protomartire un monumento degno di lui, senza il bisogno di valersi della crollata colonna romana. Il rattoppamento e la disarmonia dell’insieme sono visibili anche oggi, malgrado la nuova base in marmo che il Campasena ha sostituito a quella di stile barocco dello Zimbalo. Brindisi si oppose alla cessione della sua colonna, che il Sindaco Stea aveva offerta ai leccesi. Per quattro anni vi furono lotte e liti tra le due città .  I sindaci Cuggiò, Monticelli e vavotico non vollero mai ratificare l’atto di cessione del loro predecessore.Quando i leccesi andavano a Brindisi per prendere i pezzi della colonna ceduta loro, trovavano popolo e magistrati che li respingevano e qualche volta furono anche maltrattati.  Finalmente l’autorità del Vicerè pose termine alla lotta, comandando che i pezzi della colonna fossero ceduti a Lecce. Il sindaco Vavotico, pur mormorando, consegna i rocchi e il popolo freme e il cronista corrucciato scrive: Stentarono un anno continuo per poterli trasportare.   I brindisini ostacolarono per un anno i leccesi, i quali solo di notte, potettero portar via i marmi.   

Come già accennato, Lecce  miracolata dal Santo Protomartire Oronzo, decise di dedicare a lui una colonna dove al suo apice poter mettere la sua statua in modo da dominare e continuare soprattutto proteggere Lecce e suoi abitanti.  La diatriba con Brindisi, descritta ampiamente nella prima parte di questo lavoro,  in effetti scaturisce dall’iniziativa del loro sindaco che mosso da “fervore religioso”  volle donare ai leccesi una delle due colonne che segnano la fine della Via Appia.  C’è da dire che una delle due colonne nel 1528 cadde e non fu ripristinata dal popolo brindisino.

L’origine di queste due colonne è alquanto controversa. Alcuni fanno risalire tali origini ai tempi mitici, realizzate da Brento in onore di suo padre Ercole. Chi invece le attribuisce ai romani,  visto che ebbero l’iniziativa di prolungare la Via Appia sino a Brindisi.  Sta di fatto che gli studiosi ritengono che le due colonne siano quanto meno anteriori all’VIII secolo.

In quel tempo, rammento che siamo a ridosso della metà del XVII secolo, i leccesi, oramai  consapevoli devoti verso quel Santo che li salvaguardò dalla peste, cominciarono a battezzare i loro figli con il suo nome, estendendo tale fervore  sino ad Ostuni.  Frequenti erano allora le descrizioni di apparizioni di Sant’Oronzo con gli abiti di Pontefice accompagnato da melodie angeliche, tanto che la gente usciva di notte  per strada e ovviamente altro non poteva fare che ammirare il cielo stellato.

Si decise , oltre alla costruzione della colonna,  di festeggiare ogni anno il santo.  Il 24 luglio del 1657 Lecce ricevette l’autorizzazione da parte del Vicerè di Napoli a spendere 150 ducati l’anno per onorare il santo. L’anno successivo, il 1658,  la Sacra Congregazione dei Riti, su richiesta del vescovo di Lecce. Mons. Luigi Pappacoda, approvò l’elezione a santi protettori Oronzo,  Giusto e Fortunato. In altra sede vedrò di porre in essere una ricerca sulle modalità e motivazioni che spinsero i  leccesi di “abbandonare” la loro  Patrona Sant’Irene. Una pagina della nostra storia, per come la vedo io, un po’ controversa ma probabilmente in sintonia con la mentalità e la cultura popolare dell’epoca.

Passarono così ben 15 anni senza che nulla si facesse per erigere la colonna a Sant’Oronzo.

Solo il 4 marzo del 1681 fu posta la prima pietra, sindaco Giulio Cesare Cosma e Preside della città il conte Maurizio Boette.  La costruzione proseguì per i due anni successivi.  Finalmente nel 1684 giunse a Lecce la Statua di Sant’Oronzo di rame, fusa a Venezia.   Il 9 di luglio ci fu una grande festa perché finalmente, in quel giorno,  la Statua fu collocata sulla sommità della colonna.  Ovviamente per l’avvenimento di tale portata tutta Lecce, nobili e popolo erano tutti lì a prender parte.

Dall’alto dei suoi 28 metri la statua di Sant’Oronzo vegliò per i cinquant’anni successivi.  Nel 1737 durante i festeggiamenti in onore del Patrono, un dei fuochi d’artificio andò a conficcarsi sotto il braccio della statua.  La statua realizzata sostanzialmente in legno ricoperto di rame, prese fuoco.  Rame che per il tempo trascorso sotto le intemperie non proteggeva adeguatamente la struttura lignea.  Nulla valsero gli interventi estemporanei per domare l’incendio, in breve tempo la statua si sgretolò cadendo ai piedi della colonna tra la costernazione della gente che intravedeva in tale evento cattivi auspici per la città.  La testa del santo, pur cadendo da quell’altezza, rimase intatta apparendo tale fatto un miracolo. Così la gente raccolse le ceneri e i tizzoni ritenendoli delle reliquie miracolose.  Il giorno dopo la testa della statua fu esposta nel Sedile e la gente numerosa si recò in adorazione.

Nel contempo le ceneri e i tizzoni raccolti cominciarono a rivelarsi miracolosi. Un febbricitante aveva bevuto dell’acqua con sciolto in essa della cenere: guarì per incanto. Le cronache di allora raccontano che vi era un malato molto grave che chiedeva un pò di cenere della statua del santo patrono e nessuno volle dargliela. Tale maestro Peciccia, mosso a compassione gli diede un poco della sua.  L’infermo si alzò e a quanto pare visse per parecchia anni ancora. Sta di fatto che alcuni nobili pur di avere un po’ di quella cenere o qualche tizzone, furono disposti a pagare cifre ingenti.

I cittadini ovviamente non si davano pace nel vedere la colonna priva della statua e il sindaco Pasquale Consiglio provvide ad ordinare una nuova statua a Venezia.  Con una nave fu mandata la testa che era rimasta intatta con un nuovo modello realizzato da Mauro Manieri. La nave partita dal porto di san Cataldo fu investita da una violentissima tempesta dove l’equipaggio temette di morire. La nave fu spinta sino ai paraggi di Ragusa dove si sfasciò. Tutti fortunatamente si salvarono mentre tutto il carico andò perduto, tranne la cassa contenente la  testa della statua di Sant’Oronzo andata bruciata. Tale fatto fu ritenuto miracoloso dai ragusani che dedicarono a Sant’Oronzo una chiesa.  Nel 1739 fu mandato a Venezia un nuovo modello della statua.  

Il 30 luglio del 1739 a San Cataldo arrivò su una nave veneziana la nuova statua.  Sostanzialmente uguale alla precedente soltanto un po’ più alta.  Il 16 agosto, in pompa magna, si iniziarono le operazione per riporre la statua sulla colonna, operazioni che terminarono il  giorno dopo.  

Nel 1775 la statua presentandosi un po’ incurvata per via delle intemperie e del tempo trascorso fu sottoposta a manutenzione. Fu realizzata un’apposita pedana che ne consentì l’operazione di restauro senza che la stessa venisse rimossa.

Un ulteriore evento legato alla colonna risale al 1799 e precisamente al 9 di febbraio.  In quel giorno nella piazza fu piantato l’albero della libertà. Un albero di alloro. Da quest’albero spuntavano due aste. Su una vi era appesa una “Berretta di panno rosso” e sull’altra una bandiera grande di tre colori: giallo, rosso e celeste.      Il giorno dopo la reazione con veemente partecipazione clericale fece la sua parte.  Si procedette all’estirpazione dell’albero facendo credere alla popolazione che la Statua di Sant’Oronzo si era mossa e come dice il Buccarelli: “Voltata  avesse, la faccia e la testa verso il Sedile e cacciato il piede fuori dal suo sito, in atto di partirsene di sopra la detta colonna, per non poter vedere e soffrire l’Albero della Libertà ed una figura oscena della Libertà posta entro il Sedile.”  

La trovata del Santo che si muove dal suo piedistallo fu utilizzata ben altre due volte, nel 1848 e nel 1861 per scoraggiare e allontanare movimenti di carattere politico.

Questa brevemente la storia della nostra Colonna di Sant’Oronzo.  Molti particolari descrittivi su come furono organizzate le feste in onore del Santo Padrone, nonché agli eventi citati dal 1799 in poi potranno essere ulteriormente approfonditi attraverso la bibliografia utilizzata per la realizzazione di questo documento:

1)      Rivista Storica Salentina – Diretta sino al 1915 da Pietro Palumbo e sino al 1923 dal Cosimo De Giorgi, anno in cui cessò la pubblicazione. L’annata presa in esame è quella del 1903-1904:

2)      Storia di Lecce – di Pietro Palumbo – Congedo Editore; 

3)      Diario delle operazioni di guerra nelle due provincie di Bari e di Lecce”    

 

                    Pompeo Maritati

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