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Il ragazzo di Jànina


 

PRESENTAZIONE DEL LIBRO IL RAGAZZO DI JANINA 10 MAGGIO ORE 19,00 A – ZOLLINO

PRESENTAZIONE DEL LIBRO IL RAGAZZO DI JANINA 11 MAGGIO MUSEO S. CASTROMEDIANO LECCE 


Relatore Lorenzo Capone

 

Interverranno

Francesco Pellegrino Sindaco di Zollino

Antonio Chiga Presidente Club UNESCO Zollino

Isabella Bernardini Università Lecce

Pompeo Maritati Presidente Associazione Italoellenica

L'autore Leonidas Michelis 

La serata sarà allietata dalla partecipazione del

“Gruppo Folcloristico dell’Università di Ioannina”

L' EVENTO E' PATROCINATO DAL:

Comune di Zollino

Club UNESCO di Zollino

Associazione Italoellenica

Presentazione a cura del Dott. Lorenzo Capone

 

Leonidas Michelis, Il ragazzo di Janina, Atmosphere libri, Roma, 2011

 

La storia degli ultimi due secoli di un angolo della Grecia, quello montuoso di nord ovest, l’Epiro, è raccontata in un bel libro di Leonidas Michelis, un ingegnere greco che da decenni, ormai, vive in Italia dove si è laureato, dal titolo Il ragazzo di Janina (Atmosphere libri, Roma, 2011).

È la storia di una famiglia di Giannina, quella degli Arkadis, narrata da uno dei suoi discendenti, Zafiris, che, attraverso i tanti ricordi, ricostruisce con dovizia di notizie quanto avviene tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento in Epiro, governato dai turchi ottomani che, in quella vastissima area, erano arrivati prima della conquista di Costantinopoli avvenuta, come si sa, nel 1453. L’Epiro, a differenza di quanto avviene nel Peloponneso e nella Grecia continentale meridionale, che dichiareranno la loro indipendenza all’inizio nel 1821, rimane sotto il dominio della Sublime Porta fino al 21 febbraio 1913, giorno in cui Giannina, la storica capitale della regione, viene abbandonata, dopo 483 anni, senza fortunatamente essere data alle fiamme, da Essat Pascià, l’ultima autorità turca presente in città. 

Quel che colpisce del volume, al di là della puntuale ricostruzione storica degli avvenimenti politici al centro dei quali si trova a dover vivere una famiglia borghese, quale era appunto quella degli Arkadis, formata da piccoli proprietari terrieri, da commercianti, da professionisti, è la descrizione degli usi e dei costumi, oltre che della mentalità degli Epiroti a cavallo tra il XIX e i primi cinquant’anni del XX secolo. Un mondo che, se per tantissimi aspetti risente per ovvie ragioni della cultura dei dominatori, somiglia molto, ma non scopriamo certamente l’America, a quello del Salento e del Mezzogiorno d’Italia.

Nella nostra cultura popolare quando si voleva allontanare il malocchio, ad esempio, cosa si faceva?, quasi sempre si andava alla ricerca di un ferro di cavallo, che, spesso, si esponeva ben in vista, né più né meno come in Epiro dove “quelli flagellati dalla sfortuna e dalla iattura” – scrive Leonidas Michelis – dovevano avere con loro un ferro di cavallo “trovato per caso purché avesse sette fori, quattro da una parte e tre dall’altra”.

Non solo, da noi come in Epiro, antica tradizione vuole che per fare il nocino si raccolgano le noci il 24 giugno, il giorno di san Giovanni, così come le si raccoglievano, a volte, anche molto prima, quando ancora il frutto era in formazione, e quindi più morbido, per ottenere, unito ad alcune spezie, un dolce dall’intera noce.

Non basta. Nel libro l’Autore racconta di quando Zafiris, da ragazzo, di nascosto dai suoi, praticava, con gli amici, la kotsìa, nonostante la contrarietà della nonna Vaia che, ritenendolo d’azzardo, mal sopportava che quel gioco lo praticasse il nipote. Bene: cosa è la kotsìa?, è il gioco degli astragali (ballici, in dialetto leccese), antico quanto il mondo: ne scrive già Omero nell’Iliade, ricorda Michelis. Personalmente lo ricordo anch’io, questo gioco: da ragazzo, infatti, si praticava in un grande spiazzo di un quartiere del mio paese, quasi ogni giorno, durante il periodo natalizio, quando, sacrificato l’agnello alla tradizione anche dopo il periodo pasquale, si ricavavano gli ossicini dalle zampe di quelle povere bestiole.

E, a proposito di ricordi, e Zafiris ne ha tanti che riportano anche me a quand’ero ragazzo, non posso non ricordare, come lui fa con il nanonanàs, anche il ramaro (il ramaio, lo stagnino) del mio paese: una figura alta, magrissima, dalla faccia sottile, con quattro peli sulla testa, con un piccolo baffetto che gli rendevano il volto ancora più affilato. Andava sempre in giro per il paese, poveretto, per riparare pentole di rame e ricoprire di stagno quelle scrostate. E in giro, e la domanda la pongo all’Autore per sapere se anche questo avveniva a Giannina, andavano anche il cconzalimme, uno zingaro che, armato di un trapanetto manuale e di qualche metro di fil di ferro, riparava i più diversi oggetti di terracotta che eran segnati da qualche sottile lesione, e il mulafuérfeci, l’arrotino, l’artigiano che montando su una bicicletta una pietra molare, facendola girare, ridava il taglio alle forbici, ai coltelli, etc.

Sono figure, tutte queste, che sono ormai scomparse da decenni: l’avvento della plastica, la produzione in serie di stoviglie messe sul mercato a quattro soldi, ne hanno decretato la fine.

Il libro mi fa immergere in tanti altri ricordi. Come lui, ricordo il barbiere del mio paese presso il quale, accompagnato da mio padre, facevo il taglio dei capelli: il salone si trovava nella piazza principale, dove affaccia la matrice accanto alla quale si alza un altissimo campanile. Nelle belle giornate di primavera, di pomeriggio, assiso su una alta poltrona, quanto bastava perché il barbiere non si piegasse più di tanto, poggiando i gomiti sugli ampi braccioli, ricordo l’insistente cinguettìo delle rondini che a centinaia volteggiavano nel cielo azzurrissimo, in alto, torno torno al campanile, disegnando grandissimi cerchi…

Il volume, ovviamente, è molto, molto di più di queste pochissime cose. In esso si racconta del contributo dato dagli Arkadis perché il loro paese si liberasse dai turchi prima, dai nazisti successivamente. Furono scontri violentissimi, come si sa, tipici di ogni guerra con aggressioni e sopraffazioni di ogni tipo, con migliaia di morti ammazzati su entrambi i fronti. Quel che, però, mi ha sconvolto è ben altro. È un episodio che è rimasto impresso nella mente di Zafiris, e come poteva d’altronde dimenticarlo?, legato alla guerra civile greca che durò molto più a lungo, fino al 1949, rispetto a quanto avvenne in altri paesi europei. È un ricordo raccapricciante, non paragonabile assolutamente alle pur inaudite violenze che si registrarono in Italia, e nel triangolo della morte in particolare, alla fine del secondo conflitto mondiale.

Aveva otto anni, Zafiris, ed era uscito da scuola per andare a casa accompagnato dalla zia Costantina che, insegnante, faceva la sua stessa strada. Su viale Dodonis, uno dei principali di Giannina, una sorpresa agghiacciante: teste mozzate a non finire, alcune pencolavano dai lampioni, altre erano state  infilzate su pali piantati sui marciapiedi. Erano barbari trofei di chi, momentaneo vincitore, la faceva pagare cara ai comunisti del Fronte di Liberazione Nazionale.

Lo ricordo questo episodio, così come lo ricorda nel libro Zafiris, perché sia di monito a quanti, ancora oggi, pensano che la violenza selvaggia possa regolare i conti tra gli uomini.